Da Dioniso agli Scapigliati, da Baudelaire ai nuovi trend 2018, che rapporto c'è tra vino e cultura?

Da Dioniso agli Scapigliati, da Baudelaire ai nuovi trend 2018, che rapporto c'è tra vino e cultura?

In vino veritas: sbronze fantastiche e come spiegarle

Secondo la California State University, una delle autorità americane in campo enologico data la regione particolarmente produttiva nell’ambito della vitivinicoltura, quest’anno il panorama enoico seguirà quattro trend vincenti: la produzione vinicola intende infatti limitare la dose di solfiti, per ridurre l’utilizzo di prodotti chimici e agevolare i giovani produttori, e prediligere la produzione di amabili, preferiti da molti perché dolci, sensoriali e semplici.

 Ma oltre ai vini zuccherini, il mercato si sta orientando anche su una maggiore qualità delle uve in vigna più che sull’invecchiamento, per integrare perfettamente l’uso del legno, che determina sapori eccessivamente marcati, e non renderne la presenza troppo invadente.

Ma la categoria a cui è dedicata la produzione vinicola di quest’anno sono senza dubbio i Millennials americani:

Con tale lemma si usa definire la generazione nata tra anni ’80 e ’90’, una fascia d’età che, secondo la professoressa di Economia del vino Marianne McGarry Wolf, adora consumare il vino accompagnandolo al cibo, diversamente dalla fruizione degli altri alcolici, anche se una grande fetta di bevitori è ancora fedele alla birra artigianale.

Ma se molti si soffermano sulle sue possibili associazioni culinarie, la comunità intellettuale esalta da sempre le proprietà di tale nettare, elevandone la valenza filosofica, storica e sociale. Che si tratti, infatti, di riti dionisiaci nell’antica Grecia, di un filosofo ateniese, di un profeta messianico, di un gruppo bohémien ottocentesco o di un autore contemporaneo, da sempre la cultura celebra il supporto di sostanze che, come il vino, possono ampliare sensazioni, percezioni e raziocinio, almeno all’apparenza, aprendo le porte alle più disparate congetture.

Il simposio platonico

Lo stesso Platone si espresse in merito nel dialogo delle “Leggi“, che si articola come un’esposizione delle norme che andrebbero adottate in un’ipotetica città appena fondata. Nel secondo libro del dialogo, il vecchio ateniese affronta la questione dell’educazione cittadina, esponendo anche il suo pensiero riguardo l’assunzione di alcol.

Fondamentale a tal pro sono i simposi: il discepolo di Socrate, infatti, critica le leggi che li proibiscono per impedire che l’abuso di alcol crei disordine, poiché sostiene che esso abbia una funzione necessaria allo sviluppo della temperanza. Infatti, ribadisce il filosofo, ad Atene il consumo di vino era regolato dal costume di prevenire la perdita di controllo da parte dei cittadini, rendendo il simposio, se ben saldo alle fondamenta educative auspicate, una prassi paideutica per incanalare gli istinti irrazionali secondo virtù.

Eccessi baudelairiani

Chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere” diceva, forse a ragion veduta, il poeta e scrittore Charles Baudelaire, considerabile come il principale precursore del Decadentismo, di cui anticipa alcuni aspetti essenziali, quali il rifiuto dei valori borghesi dominanti e della civiltà moderna, il conflitto tra aspirazione ad un ideale di purezza e l’attrazione per il vizio, il “maledettismo” come scelta di temi e di vita, e il simbolismo.

 

L’opera più importante di Baudelaire è la raccolta di poesie “I fiori del male“, la cui prima edizione, pubblicata nel 1857, suscitò un enorme scandalo presso i contemporanei, tanto che l’autore fu processato per oscenità e condannato al pagamento di un’ammenda e alla censura di alcuni componimenti. Quattro anni dopo, l’opera fu ripubblicata e suddivisa in sei sezioni: la prima, “Spleen e ideale“, esprime la vana tensione verso un ideale di bellezza pura come reazione allo spleen, uno stato di depressione e di disgusto per la vita, nonché una tematica fondamentale per la generazione letteraria di Baudelaire.

Ma è dalla terza sezione in poi che lo scrittore tenta di evadere dallo spettacolo squallido e alienante della metropoli industriale emerso nella seconda sezione, “Quadri parigini“: la ricerca di una vana via d’evasione dallo spleen si snoda così nelle retrovie dei paradisi artificiali procurati da alcol e oppio, dal vizio e dalla sregolatezza dei sensi. Tra il 1850 e il 1857, in sostanza, Baudelaire inserì nella raccolta cinque poesie sul vino (“L’anima del vino“, “Il vino degli straccivendoli“, “Il vino del solitario” e “Il vino degli amanti“), sua musa ispiratrice, importante per lui quanto arte e poesia.

Ebrezza scapigliata

Quando Baudelaire diventa, in un certo qual modo, l’idolo, l’ispirazione, il nome tutelare e un modello da ammirare e imitare, e tutto ciò avviene nell’ambito delle correnti bohémien in Italia, il risultato è la Scapigliatura, un gruppo di scrittori anticonformisti, disorganizzati e coevi, accomunati dall’insofferenza verso le convenzioni della letteratura contemporanea e i principi della società borghese, ma anche da un impulso di rifiuto e di rivolta, manifesto tanto nell’arte quanto nella vita. Gli Scapigliati sono i nostrani bohémiens, che in Francia altro non erano che artisti poveri alla volta di una vita zingaresca, precaria, che si mantenevano grazie all’arte poemica, tradizione poi ereditata dai nostri.

L’ispirazione e la tipologia culturale incarnata dalla Scapigliatura, anch’essa in continuo conflitto con lo spleen, inquadra ovviamente artisti che si concedevano, e talvolta veneravano, vino, alcol e droghe, per un’esperienza estatica completa, come Baudelaire insegna.

Sbronze dionisiache

Una delle più antiche pratiche riferite a tale concezione dell’alcol in Occidente, legata in questo caso alla mitologia greco-romana, rinvia ai misteri dionisiaci: Dioniso (Bacco per i latini) era infatti il dio della vegetazione, della fertilità, dell’uva e del vino, quindi dell’eccesso e dell’infrazione; insomma, l’esatto opposto dell’armonia orfico-apollinea, come ci ricorda anche Friedrich Nietzsche nella sua dicotomia tra apollineo e dionisiaco. La recente scoperta dell’importanza dei riti dionisiaci nella civiltà antica è infatti proprio merito del noto filosofo tedesco, il cui saggio “La nascita della tragedia in Grecia“, del 1872, ha inaugurato un nuovo modo di considerare la grecità, che diventa così il prodotto di una difficile e temporanea sintesi tra spiritualità apollinea, caratterizzata da equilibrio, posatezza e armonia, e una simmetrica e contraria spiritualità dionisiaca, rappresentata dallo stato di vigore animale derivante dalla totale accettazione del lato irrazionale e istintuale della vita.

Dioniso simboleggiava la rottura di ogni barriera tra dèi e uomini; ebbro e folle com’era, favoriva egli stesso la dissolutezza dei fedeli, li inselvatichiva e li conduceva al vino, alla violenza e alla perversione sfrenata. Amava le grida disordinate, il delirio, il caos, l’esaltazione parossistica, gli eccessi, l’estasi, il travestimento (spesso femminile) e sconvolgeva leggi, costumi e gerarchie sociali. Unico fra gli dèi, ammetteva le donne e gli schiavi ai suoi riti, e infatti i misteri dionisiaci erano particolarmente seguiti dalle donne, note come menadi(per i latini baccanti), che si esibivano in danze estatiche molto particolari.

Ma tornando alla domanda fondamentale, perché tendiamo a ubriacarci in occasione di alcune feste, ricorrenze, o semplicemente in compagnia? L’alcol è un forte disinibitore, in grado di disattivare i freni alle nostre pulsioni e che ci consentono di rilassarci e vivere liberamente un momento generalmente conseguente un periodo stressante o emotivamente pesante. Per raggiungere un risultato, che può essere un esame universitario, un traguardo professionale o qualunque altra sfida la quotidianità ci ponga davanti, tendiamo a concentrarci, impegnarci e rimanere vigili, ossia l’effetto opposto, il che genera stress e pressione.

L’alcol è il deterrente perfetto, e il vino in particolare aiuta a esprimere sinceramente le proprie opinioni, favorendo talvolta momenti di puro filosofare, raziocinare, congetturare, che non possono che giovare alla salute del nostro cervello, ogni tanto. Le bevande alcoliche, inoltre, consentono di alleviare le sofferenze e distendere la carica emotiva. Proprio per questo celebrare l’ottenimento di un risultato notevole o il superamento di un momento difficile con l’ausilio del vino non può che appagare i nostri sensi e la nostra mente.

E non dimentichiamo che per primo questo messaggio lo insegnò anche Gesù Cristo in persona, sulla scia dei pensatori greci. D’altronde, che significa festeggiare se non spegnere un po’ il cervello e divertirsi?

Come diceva, ancora una volta, Baudelaire: “E’ ora di ubriacarsi. Ubriacatevi, per non essere gli schiavi martirizzati dal tempo. Ubriacatevi in continuazione, di vino, di poesia, di virtù, come volete.” #ilSuperuovo

 

Leggi anche Il boom di vino italiano all’estero si fa coi Millennial e con i social

 

 

(credits: blastingnews)

 

Fabio Guida

CEO di Followine, quando ha un po' di tempo scrive quattro righe.

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